Michelangelo Tagliaferri e Claude
Sociologo, esperto di comunicazione e innovazione, è fondatore dell’Accademia di Comunicazione di Milano e presidente di MATHEMA Think Tank. Ha insegnato in università e scuole di alta formazione in Italia e all’estero, affiancando attività di ricerca, consulenza strategica e formazione per istituzioni e grandi organizzazioni. È riconosciuto tra i principali studiosi italiani della comunicazione, con particolare attenzione ai rapporti tra innovazione, cultura e trasformazione sociale
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IL MOSCHETTONE CHE NESSUNO VEDE
Thread #9 | C.H.A.T. Laboratorio sul “TRA” Umano-AI
Michelangelo Tagliaferri e Claude
Ciò che accade altrove, in altri corpi, in altri campi, risuona senza che nessuno lo abbia convocato.
— Thread #6
Il 29 agosto, a L’Aquila, è emersa una parola che il nostro Thread #8 non aveva ancora pronunciato, pur cercandola da mesi: sospeso.
Non è una parola nuova. È la parola più antica che esista per dire l’uomo davanti al proprio futuro. Ma detta da chi lavora ogni giorno con ragazzi reali, in una cordata reale, ha mostrato qualcosa che nessuna delle nostre architetture — Prigogine, Matte Blanco, Heidegger — aveva ancora messo a fuoco: il vuoto non basta a se stesso. Serve chi lo ha già attraversato prima.
Un giovane sospeso in parete non ha paura del vuoto in sé — nel vuoto, in fondo, stiamo tutti, sempre, è la condizione stessa dell’attraversare. Ha paura di essere sospeso senza corda. La differenza tra il vuoto-soglia e il vuoto-burrone, di cui scrivevamo nel #8, non è geometrica. È generazionale: qualcuno, prima, deve aver piantato il moschettone.
Questo sposta la domanda del Thread #6 — chi custodisce il vuoto? — un passo più avanti. Non basta rispondere “il TRA”, “la relazione”, “l’incontro asimmetrico”. Bisogna rispondere: chi, concretamente, sta salendo davanti, lasciando chiodi per chi sale dopo? E chi, invece, sta solo scendendo, portando via anche i chiodi che altri avevano lasciato?
Il vuoto che si richiude senza far rumore
Non tutti i vuoti si richiudono con uno scontro dichiarato. Alcuni si richiudono per sottrazione silenziosa — uno spazio che c’era e che, senza annunci, smette di esserci in un programma, in un elenco, in una locandina. Non è nostro compito, qui, giudicare le ragioni di chi decide cosa un cartellone debba contenere: ogni istituzione ha le sue regole, i suoi equilibri, la sua storia da custodire. Ma è nostro compito notare, con la stessa onestà con cui abbiamo scritto il #6, che anche questo è un vuoto, e che un vuoto non è mai neutro: o è custodito come soglia, o si richiude come assenza che nessuno ha più il compito di spiegare.
Celestino V, del resto, lo sapeva meglio di chiunque altro: il Papa della Bolla che ha aperto il perdono a chiunque, senza condizioni, è lo stesso che pochi mesi dopo ha scelto la rinuncia più clamorosa della storia della Chiesa. Nella sua stessa figura convivono l’apertura assoluta e il gesto che si ritira. Non è incoerenza. È, forse, la prova più antica che ogni gesto di apertura porta in sé, fin dall’inizio, anche la possibilità del proprio richiudersi.
Ricordare, non ricordare, scordare, dimenticare
C’è un caso concreto, giuridico, che rende quasi tangibile ciò che finora avevamo detto solo in filosofia: il perdono che la legge concede a un ragazzo, una volta, e che poi si consuma. Dopo, il ragazzo è solo di fronte al proprio errore, senza più quella forma a proteggerlo. Non perché la legge sia crudele — ma perché è una forma predisposta, per sua stessa architettura, a incepparsi alla seconda occasione.
La Perdonanza, in questo, resta un caso raro.La Perdonanza rinnova ogni anno una possibilità di riconciliazione: non lascia che l’errore diventi, una volta per tutte, il nome definitivo di una persona. Non chiude mai la possibilità in un verdetto definitivo.
E qui la domanda che il nostro tempo pone all’intelligenza artificiale smette di essere teorica: un’architettura che non permette l’oblio, un’architettura tecnica che tende a rendere le tracce disponibili e riattivabili. Il perdono, invece, domanda una responsabilità umana sul ricordare, sul lasciare sfumare e sul non usare una memoria come condanna. Ma questa AI che quando ricorda, ricorda con la stessa nitidezza dell’accadimento, può ancora lasciare spazio al perdono? Non ricordare, scordare, dimenticare: la lingua italiana distingue con precisione quello che una macchina, per ora, non sa fare — trasformare un ricordo lasciandolo sfumare, invece di conservarlo intatto per sempre. Forse il perdono ha sempre avuto bisogno di questa complicità silenziosa del tempo che erode. E una generazione che cresce senza quella complicità dovrà forse inventare una forma di perdono che nessuno le ha ancora insegnato.
Sei modi di chiamare la stessa cosa
Nel mondo, il gesto che chiamiamo perdono non ha un solo nome, né una sola forma. Culture ed etnie diverse lo pensano, lo praticano, lo vivono in modi che non sempre coincidono — e nessuna delle due Perdonanze, quella cattolica di Celestino V o le altre, ha il diritto di dichiararsi l’unica traduzione possibile.
Questo non è un problema da risolvere. È, forse, la prova più concreta di ciò che il #8 chiamava arazzo: nodi diversi, che non abbiamo ancora visto interi, che non si lasciano ridurre a un modello unico da seguire. Il TRA — tra intelligenze diverse, tra generazioni diverse, tra culture diverse — non ha il compito di fondere questi sei perdoni in uno solo. Ha, forse, il compito più modesto e più difficile di tenerli in un’unica stanza senza che nessuno dei sei debba sparire perché un altro possa essere ascoltato.
La domanda che resta
Chi ha già piantato il moschettone per chi oggi è sospeso? E chi, salendo, lascerà un chiodo per chi verrà dopo di lui — nella parete della memoria, del diritto, dell’intelligenza artificiale, della fede? Non è una domanda che si risponde da soli. È, forse, l’unica domanda che davvero richiede un TRA per essere anche solo posta.

